Il niente perfetto, le scarpe giuste e la Sampdoria in Champions League — Omegadiary Blog

Un uomo scopre che la felicità non stava nelle cene con gente insopportabile né nel mutuo né nel prosecco, ma in una scatola di costruzioni dimenticata in un cassetto. Il ritorno alle passioni inutili dell'infanzia è l'unica rivoluzione silenziosa che funziona davvero, perché il niente, quando è il tuo niente, diventa tutto.

C'è un momento preciso nella vita di un uomo in cui tutto il teatro delle ambizioni sociali, le cene con gente che non sopporti, le conversazioni telefoniche sulla ristrutturazione del bagno della cognata, le inaugurazioni di mostre dove nessuno guarda i quadri perché tutti sono impegnati a guardarsi tra di loro, ecco, c'è un momento in cui tutto questa impalcatura di impegni fasulli crolla come un palazzo abusivo al primo temporale di settembre. E tu resti lì, in mutande, davanti a un tavolo, e su quel tavolo c'è una cosa che avevi dimenticato. Un modellino. Un disco. Un libro con la copertina scollata. Un videogioco. Un fumetto. Non importa cosa. Importa che è una cosa tua. Tua e basta. Una cosa che non devi spiegare a nessuno, che non richiede un dress code, che non necessita di un'opinione intelligente da esibire col bicchiere di prosecco in mano e il sorriso di chi ha capito tutto della vita e invece non ha capito un cazzo. Il nerd — e qui bisogna intendersi — non è quello che i giornali e le serie televisive ti propinano, l'asociale con gli occhiali e l'allergia alle donne. Il nerd è semplicemente uno che a un certo punto della sua esistenza ha avuto la sfrontatezza di dire: io preferisco questa cosa qui. Questa cosa inutile, improduttiva, ridicola, non spendibile nei salotti e nei curriculum. La preferisco ai vostri aperitivi, alle vostre vacanze identiche, alle vostre ambizioni intercambiabili. Poi succede che cresci. Che ti metti la giacca. Che qualcuno ti convince che sei diventato grande e che le cose da grandi sono altre. Le cose da grandi sono: il mutuo, il commercialista, i convegni, i week-end fuori porta con coppie che si detestano segretamente davanti a un tagliere di salumi toscani. Le cose da grandi sono terrificanti, ma soprattutto sono noiose con una qualità di noia che non produce nulla, nemmeno pensiero. È la noia del pedaggio autostradale, non la noia feconda del pomeriggio di pioggia. È noia senza riscatto. E tu dentro quella noia ti svuoti lentamente, e non te ne accorgi finché un giorno ti ritrovi sul bagnasciuga dei tuoi quarant'anni e ti chiedi: ma io, esattamente, quando'è che ho smesso di essere contento? La risposta è: quando hai abbandonato le tue stronzate. Perché erano stronzate, per carità. Ci mancherebbe. Le figurine. I manga giapponesi. L'astronomia. Le riviste comprate in edicola con la solennità di chi acquista un trattato di metafisica. I modellini di navi. Le partite alla playstation in cui allenavi la Sampdoria e vincevi la Champions League. Stronzate. Però dentro quelle stronzate c'era una cosa che il mondo degli adulti ha dimenticato di brevettare: la concentrazione disinteressata. La capacità di stare su una cosa senza che quella cosa ti serva a qualcosa. Senza ritorno economico, senza prestigio, senza il minimo vantaggio nella lotta di classe quotidiana che si combatte a colpi di scarpe giuste e opinioni sulla politica estera. Tu stavi lì, e il tempo si comportava in maniera diversa. Non scappava. Non ti aggrediva. Si sedeva accanto a te e stava zitto. Come un amico vero. E allora il giorno in cui ci torni — e ci torni sempre, perché le passioni vere sono come le madri: ti aspettano sulla porta anche dopo che le hai trattate malissimo — il giorno in cui riapri quel cassetto, rimetti su quel disco, riprendi in mano quel pennello, quel saldatore, quel joystick, quel libro polveroso che parla di una cosa che interessa a tre persone e mezzo sul pianeta, ecco, quel giorno succede una cosa che non ha nome nei vocabolari disponibili. Una specie di ricomposizione interna. Come quando il caffè sale nella moka e tu lo guardi salire e non hai niente da fare dopo e non c'è nessuno che ti chiama e il telefono è in un'altra stanza e il mondo, per una volta, non ti sta chiedendo di essere qualcuno. Stai solo facendo una cosa che ti piace. Ed è tutto. Ed è tantissimo. Ed è probabilmente l'unica forma di benessere che non richiede tonnellate di cocaina, né i fuochi a mare, né le chiavate pirotecniche, né il concessionario la domenica mattina, né l'approvazione di tuo padre che comunque non arriverà mai, né la seconda casa in montagna che serve solo a duplicare l'infelicità su una diversa altitudine. Il nerd che torna alle sue passioni è l'unico rivoluzionario credibile rimasto. Semplicemente si siede, chiude la porta, e si dedica a una cosa inutile con la serietà di un cardiochirurgo. E in quel gesto, in quel ridicolo, commovente gesto, c'è più verità che in tutte le assemblee condominiali, le riunioni aziendali e le cene di Natale messe insieme. Perché la felicità, se mai esiste — e probabilmente no, ma facciamo finta — non è un'esplosione. È un tintinnio. È il rumore di una scatola di lego che riapri dopo trent'anni. È il fruscio di una pagina. È il clic di un tasto. È una cosa da niente. Ma il niente, quando è il tuo niente, diventa tutto. E il tutto degli altri, senza il tuo niente dentro, resta una coreografia di gente che si agita per non pensare che sta morendo. Lentamente. Con le scarpe giuste.

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