La mano che ti afferra — Omegadiary Blog
Pare che finalmente si sia capito che chiedere aiuto quando la testa non funziona è una cosa giusta, necessaria, decente. Dire "sto male" non ti condanna più alla gogna del debole o del difettoso. É
Pare che finalmente si sia capito che chiedere aiuto quando la testa non funziona è una cosa giusta, necessaria, decente. Dire "sto male" non ti condanna più alla gogna del debole o del difettoso. É una conquista colossale, perché solo trent'anni fa la salute mentale era un affare da risolvere nel buio della propria camera, a forza di carattere, di rosari, di bicchieri di vino dopo cena, e chi non ce la faceva era un vigliacco o un esagerato. Abbiamo fatto un passo avanti enorme. Millenario. Tutto questo parlare del coraggio di chiedere aiuto, di fare il primo passo, di abbattere lo stigma, però ha generato una narrazione incompleta. Una narrazione che si ferma sulla soglia dello studio. Ti accompagna fino alla porta, ti dà una pacca sulla spalla, ti dice "bravo, ce l'hai fatta", e poi sparisce. Ti lascia lì. E da lì in poi sei solo con la tua disperazione e con un essere umano seduto davanti a te di cui non sai nulla. Si fa una gran retorica sul coraggio di chiedere aiuto, ma non si parla mai di quanto possono cambiare le cose in base alla mano che ti afferra. .png) Prima di andare avanti bisogna dire una cosa sul cervello: Il cervello è un organo. Questa frase, così semplice, così ovvia, contiene dentro di sé la demolizione di secoli di cazzate. Perché se il cervello è un organo, e lo è, allora quando si ammala lo curi. Come cureresti il fegato, i reni, il cuore. Se hai il diabete vai dal diabetologo, se hai il cervello che non regge vai dallo psichiatra, dallo psicoterapeuta. Senza vergogna, senza drammi, senza quella faccia da funerale che la gente mette su quando gli dici che vai in terapia. Ora, detto questo, bisogna anche avere l'onestà di riconoscere una cosa. - Il fegato, quando gli dai un farmaco, risponde in maniera abbastanza prevedibile. Ha le sue eccezioni, le sue complicazioni, ma il ventaglio delle reazioni possibili è circoscritto. - Il cervello è un'altra faccenda. Il cervello ha la tua infanzia dentro. Ha le parole che tuo padre ti ha detto o non ti ha detto. Ha il modo in cui tua madre ti guardava quando piangevi. Ha la genetica, la chimica, i traumi, le cose che hai sepolto così a fondo che neanche tu sai più dove stanno. Ha strati su strati di roba accumulata in decenni. E questo fa sì che due persone con lo stesso disturbo possano rispondere in modo completamente diverso allo stesso trattamento. Si procede per tentativi. Si aggiusta il tiro. Si sbaglia e si corregge. Questo è il gioco. E il gioco, in sé, è legittimo. Il problema è quando i tentativi durano interminabili anni e nessuno ha la decenza di fermarsi a dire: "forse non sono io quello giusto per te". Io ci sono passato. Ci ho lasciato degli anni in quegli studi. Anni pagati, contabilizzati, regolarmente fatturati. Anni in cui mi sedevo su una poltrona e parlavo da solo guardando annuire una persona mediocre. Perché il mediocre ha questa caratteristica spaventosa: che dall'esterno è indistinguibile da quello bravo. Ha lo stesso studio, la stessa poltrona, la stessa targhetta, le stesse parcelle. E tu non hai gli strumenti per capire con chi hai a che fare, perché magari sei già abbastanza impegnato a sopravvivere. Voglio essere chiaro su una cosa. Io devo qualcosa anche alle mani imperfette. Anche a chi non è riuscito a portarmi dove dovevo arrivare ma mi ha impedito di affondare. Nei momenti peggiori, quelli in cui la vita ti sembra una punizione senza senso, avere qualcuno che ti tiene la testa fuori dall'acqua è già moltissimo. E questo non lo rinnego. Non rinnegherò mai nessuna delle persone che mi ha aiutato, neanche quelle che mi hanno aiutato male. Perché aiutare male è comunque meglio che non aiutare affatto, e venivamo da un mondo in cui non si aiutava affatto. Il punto è un altro. Il punto è che molti professionisti si fermano lì. Ti portano in un posto in cui la vita diventa sopportabile. Ti stabilizzano, ti mettono in condizione di alzarti la mattina, di andare al lavoro, di non crollare. E lì, compitino fatto, si siedono. Il paziente sta meglio rispetto a quando è arrivato, la coscienza professionale è salva, le sedute continuano, le fatture pure. Ma sopportabile e vivere non si somigliano neanche un poco. E il dovere di un professionista serio è portarti più in là del sopportabile. È tirarti fuori, non tenerti a galla. Qui bisogna parlare di cose concrete, perché c'è gente che entra in uno studio di psicoterapia senza sapere come funziona, e questo la rende carne da macello. La psicoterapia ha un setting. Vuol dire che ha delle regole precise: quando vi vedete, per quanto tempo, dove, con quale frequenza. Questa cornice serve a proteggerti. A creare uno spazio sicuro dentro cui puoi aprirti senza che la cosa ti si rivolti contro. Se il terapeuta è sciatto col setting — cambia orari, cancella sedute, ti risponde al telefono mentre gli stai raccontando le cose più intime della tua vita — quello è un segnale. Un segnale grosso. Dentro la terapia succede una cosa che si chiama transfert. Tu proietterai sul terapeuta delle emozioni che non c'entrano con lui. Lo amerai, lo odierai, vedrai in lui tuo padre, tua madre, la persona che ti ha ferito di più. Questo è normale, è il cuore del lavoro, è la materia prima su cui si costruisce. Il terapeuta bravo lo riconosce e lo usa per farti capire come funzioni. Il terapeuta mediocre ci si perde dentro. Si offende quando lo attacchi. Si gonfia quando lo idealizzi. E il peggiore di tutti alimenta la tua dipendenza da lui, perché un paziente che dipende da te è un paziente che paga per sempre. La terapia, se funziona, ha un obiettivo preciso: renderti autonomo. Darti gli strumenti per cavartela da solo. Se dopo anni sei ancora lì, incapace di affrontare una settimana senza quella seduta, qualcosa si è inceppato. I percorsi lunghi esistono, certi dolori hanno radici che vanno giù per decenni e ci vuole tempo per arrivarci. Ma un percorso lungo che funziona ha dei momenti in cui senti che qualcosa si è mosso. Anche poco. Anche solo il modo in cui ti svegli la mattina, o il modo in cui reagisci a una cosa che prima ti avrebbe distrutto. Un percorso lungo che non funziona si assomiglia tutto, dalla prima seduta all'ultima, e tu te ne accorgi ma hai paura di ammetterlo perché ti hanno insegnato che ci vuole pazienza e che il percorso è lungo. Adesso le responsabilità, perché senza questo il discorso resta zoppo. Tu hai la responsabilità di presentarti. Di essere sincero, anche quando quello che devi dire ti fa vomitare. Di non sabotare il percorso perché hai paura di quello che c'è sotto. Di capire che il terapeuta ti può dare la torcia, ma nelle macerie ci scendi tu. Con le tue gambe. Nessuno lo fa al posto tuo. Se pensi che basti sedersi lì e farsi aggiustare come una macchina dal meccanico, non hai capito come funziona. E questa è una cosa che va detta con brutalità, perché tanta gente ci entra con questa aspettativa e poi si stupisce che non cambia nulla. Il terapeuta ha la responsabilità di essere competente. Di aggiornarsi, di studiare, di non fermarsi alla laurea e al tirocinio come se quelli bastassero per una vita intera. Ha la responsabilità di riconoscere i propri limiti, che è la cosa più rara e più preziosa. Un terapeuta che ti dice "io per questo caso non sono la persona giusta, ti mando da un collega" è un terapeuta enorme. Uno che non lo dice mai, che ti tiene lì anno dopo anno nella convinzione silenziosa che prima o poi la cosa si sbloccherà, è uno che sta proteggendo se stesso, la sua parcella, la sua idea di sé. Non te. Adesso, per chi sta leggendo e deve ancora fare il primo passo, o lo sta facendo adesso, o ci sta pensando. Se esci da una seduta e ti senti peggio di quando sei entrato, non nel senso che hai affrontato qualcosa di doloroso — quello capita, e deve capitare, perché scavare fa male — ma nel senso che ti senti giudicato, ridimensionato, più piccolo, allora fermati. Il giudizio si infila dappertutto: in un silenzio, in una postura, in un sopracciglio. E tu lo senti, anche a pezzi lo senti. Se dopo qualche settimana non percepisci nessun movimento, neanche minimo, neanche una crepa nella parete, valuta di cambiare. Cambiare non è fallire. È la stessa cosa che faresti se dopo tre visite dal dottore il ginocchio ti facesse ancora lo stesso male. La terapia produce dolore, sì. Ma un dolore che va da qualche parte. Se il tuo dolore dopo un anno è identico a quello del primo giorno, stessa intensità, stesso punto, qualcosa non funziona. E non accettare mai che ti dicano che questo è il massimo a cui puoi aspirare. Non è vero. È la bugia più pericolosa che possano raccontarti, perché ti convince che meriti solo questo. Io quando ho trovato la mano giusta — e la mano giusta esiste, questo va urlato, non sussurrato — ho capito una cosa che mi ha spaccato in due. Ho capito che gran parte del tempo che avevo speso non serviva. Che una quota di quella sofferenza, non tutta ma una quota consistente, non era il prezzo della guarigione. Era il prezzo dell'inadeguatezza di qualcun altro. Della pigrizia. Dell'accontentarsi. E io avevo pagato quel prezzo in silenzio perché ero educato, perché ero disperato, perché mi avevano insegnato che il percorso è lungo e bisogna avere pazienza, e io la pazienza l'avevo scambiata per rassegnazione. Le mani imperfette mi hanno tenuto in vita. La mano giusta mi ha insegnato a vivere. Questa differenza pesa quanto gli anni che ci sono in mezzo. Dunque. Chiedete aiuto. È un atto di coraggio vero, enorme, in un mondo che per secoli vi ha detto che dovevate cavarvela da soli. Ma quel coraggio, una volta trovato, non sprecatelo. Pretendete competenza. Pretendete che vi portino da qualche parte e non vi lascino a galleggiare nel sopportabile. Scegliete bene la mano che vi afferra. Perché in quella mano c'è tutta la differenza tra la vita che avete e la vita che potreste avere.